Bolidi – Il primo romanzo su blog

Agosto 30, 2007

Archiviato in: Bolidi, Primo capitolo — bolidi @ 12:28 pm

Certo che la luna e’ veramente strana stasera, penso’, mentre passava tra i vialetti con aria assonnata. Gia’ si ritraeva sul letto sciallato quando qualcosa lo obbligo’ dapprima a rallentare e poi a fermarsi. In fondo al selciato era comparsa una figura, nella quale riconobbe, nonostante la semioscurita’, Catherine. L’aveva conosciuta si’ e no due giorni fa, non se lo ricordava bene, data la poca importanza che le attribuiva, ma lei si era subito invaghita di lui. Com’e’ strano il mondo…Mark ha il cruccio per aver perso la compagna, io che non ne sento il bisogno mi ritrovo una mosca a gironzolarmi attorno. Purtroppo non aveva ne’ il tempo ne’ la voglia di scappare ed evitare quell’indesiderato incontro; decise cosi’ di affrontarla, anche perche’ stava male al solo pensiero di averla sempre “in mezzo ai piedi”. Pertanto si avvicino’ un poco, quel tanto da permettergli di fissarla attentamente negli occhi.

Be’ a guardarla bene non era poi cosi’ sgradevole. Aveva i “soliti” capelli corti a caschetto, taglio da maschiaccio un po’ superato, sormontati da un’inseparabile coppola, il viso pulito e delicato, interrotto qua e la’ da alcune lentiggini. Gli occhi erano di uno strano color ceruleo e sembravano accoppiarsi perfettamente con l’analogo colore dei capelli. Aveva come sempre il sorriso stampato sulla bocca, che si estendeva fin quasi alla parte inferiore del mento. Questo era molto pronunciato; e lei lo sapeva bene, difatti passava continuamente un forte rossetto sulle labbra carnose. Michael si concentro’ su quelle grandi labbra e si sorprese eccitato, attratto inspiegabilmente in un gioco erotico e sensuale da quelle labbra leggermente umide.

Appena lo vide spalanco’ la bocca in segno di stupore, quasi per far credere di non averlo notato. E ci era quasi riuscita. Michael aveva, in quell’attimo, pensato di nascondersi dietro un albero, ma era stato solo un pensiero portato dalla leggera brezza di mare…

Ora stavano li’, uno di fronte all’altro, a scrutarsi e a mangiarsi con gli occhi, ognuno per una ragione diversa. Non volendo prolungare eccessivamente quel momento, il ragazzo prese l’iniziativa, saluto’ garbatamente e accenno’ un lieve sorriso. Catherine allora, vincendo l’iniziale timidezza (come se una ragazza della sua specie ne fosse capace…) ricambio’ e gli chiese dove fosse diretto a quell’ora.

«Vado a casa, sono veramente stanco». Era vero, percio’ mentre pronunciava quelle parole cerco’ di assumere un’espressione che fosse piu’ onesta e ingenua possibile. Ma evidentemente non vi riusci’. Anzi, peggio. Credendo volesse prenderla in giro, giocando sull’ironia, arrossi’ e gli butto’ le braccia al collo. Michael rimase a dir poco imbarazzato. Cerco’ di chiarire il disguido e delicatamente provo’ a liberarsi dall’abbraccio di lei. Ma quella, forse spinta da maggiore frenesia, in un atto che lui giudico’ di pura follia, chiuse gli occhi e allungo le labbra carnose, congiungendole con le sue. Michael allibito reagi’ e la respinse con ribrezzo.

Agosto 27, 2007

Archiviato in: Bolidi, Primo capitolo — bolidi @ 10:55 am

Mark considerava la vita come un qualcosa di irrazionale: non poteva concepire quelle frasi o canzoni del tipo “Io penso positivo”, “Evviva la vita”; credeva infatti che ci fosse stato, all’inizio di tutto, una sorta di intervento divino, ma che ogni cosa successivamente fosse influenzata e regolata dal caso. Essendo il caso imprevedibile, e quindi indefinibile, esso puo’ essere considerato irrazionale; lui lo indicava col nome di “caos”. Per questo era cosi’ pessimista nei confronti della sua breve seppur intensa esistenza. Non era superstizioso, ma era molto diffidente e poco suscettibile: l’unica persona di cui si fidava ciecamente era il suo migliore amico. A dir la verita’ ce n’era stata un’altra, ma era volata via, e questo non aveva fatto altro che contribuire a rafforzare il suo “teorema”.
Mentre camminava sentiva il vento fischiargli nelle orecchie e accarezzargli dolcemente i capelli; nell’accorgersi di cio’, non pote’ che dispiacersi, visto che solo pochi mesi prima era una persona a lui molto cara a compiere quel gesto. Non riusciva a togliersi dalla testa il pensiero di lei. Qualche brivido gli corse su per il collo, mentre si dirigevano verso la spiaggia, sia per la serata frizzantina sia per uno strano senso di imbarazzamento. Il cancello era chiuso, ma si poteva facilmente scavalcare: i due ragazzi si fissarono negli occhi (con una certa difficolta’, dovuta all’oscurita’), un cenno di assenso ed erano gia’ dall’altra parte.
Il “Great Land Of Entertainment” era, come veniva definito, il non plus ultra dei villaggi in Florida. I due amici si erano diretti li’ perche’ un loro “conoscente” (non e’ possibile chiamarlo amico) aveva riferito loro che quella sera «ci sarebbero stati una cifra di videogames che costavano un pacco, ma da sballo».
«Michael», intercalo’ Mark «hai portato i ferri? »
«Risposta scontata! Mi sta bene il tuo senso di responsabilita’, ma cosi’ e’ un po’ esagerato »
«Ma si’, sta calmo, era una domanda retorica».
I ferri del mestiere consistevano in alcune chiavi “universali” che Michael aveva sottratto a suo nonno quando ancora faceva il guardiano in un albergo; riuscivano ad aprire i vani sotto la console di gioco contenenti i gettoni. Loro non lo definivano illegale, visti i prezzi; sostenevano infatti che con il loro operato salvavano l’anima del gestore.
Giunsero al tendono che erano gia’ quasi le dieci. Dopo numerose sfide, i ragazzi non erano ancora del tutto soddisfatti. I generi dei giochi non erano infatti tra quelli che piu’ li aggradavano: un videogioco del tipo “prendi l’arma, carica, corri e uccidi” non aveva senso. I Videogames con la “v” maiuscola erano, a loro modo di pensare, solo quelli che ti facevano riflettere e ragionare: per sostenere questo avevano anche aperto un canale di IRC su internet, chiamato #realtruth, dove chattavano con ragazzi dalle loro stesse opinioni (pochi a dir la verita’, considerando che un numero considerevole di loro coetanei neppure comprendeva l’ossimoro).
Mentre sorseggiava lentamente la bibita, alla quale attingeva tramite la colorata cannuccia, gli pareva di intravedere, attraverso i curiosi riflessi del ghiaccio semisciolto in combinazione con i faretti del bar, le curve della sua ex tipa. Ed ecco che una conca sinuosa si trasformava magicamente nel seno, non molto prosperoso a dir la verita’, di Chiara, mentre attraverso un cubetto ben arrotondato e livellato gli pareva di rivedere il fondoschiena sodo di lei; ah, quanti ricordi…
Accortosi dello stato di semi catalessi in cui il suo compagno era caduto, Michael decise che era ora di rincasare. A volte credeva di essere la bambinaia di un fantoccio. E non gli piaceva. Voleva e doveva trovare qualcosa per distrarlo, almeno fino alla fine dell’estate. Decise che ci avrebbe pensato su quella stessa notte. Lascio’ Mark sulla porta del bungalow e si incammino’ per raggiungere la piazzola della sua roulotte.

Agosto 20, 2007

Bolidi

Archiviato in: Bolidi, Primo capitolo — bolidi @ 8:57 am

lotus.jpg

Era una fresca e tarda sera di mezz’estate. Un cielo innaturale, non del tutto buio, ed una luna a tre quarti che appariva e scompariva nervosamente tra banchi di nubi in corsa erano di scena quel giorno. Sembravano appena usciti da un film di Dario Argento e suscitavano a dir poco angoscia. Mark Stuart, un qualsiasi diciott’enne americano di una qualsiasi cittadina periferica, nella circostanza Greentown, camminava apparentemente spensierato in compagnia di colui che considerava il suo amico piu’ caro: un ragazzo di colore, Michael Grewn, molto alto e slanciato. Si definivano inseparabili, e cio’ era probabilmente dovuto ai molti interessi comuni: il basket, il computer, la velocita’…ma soprattutto la musica, alla quale dedicavano da sempre gran parte della giornata, strimpellando qualche loro canzone; era attraverso la musica che potevano esprimere i loro ideali ed i loro pensieri. Da poco avevano fondato anche un piccolo complesso, la cui sede aveva luogo nello scantinato di Michael.

Stavano camminando per cercare di estraniarsi da tutto cio’ che li circondava: si trovavano infatti in un campeggio in Florida, in compagnia (purtroppo) delle rispettive famiglie. Ritenevano l’animazione del camping a dir poco demenziale e tutti gli intrattenimenti e le festicciole troppo mondani per loro.

«Chi ha definito i ragazzi d’oggi superficiali ed incoscienti deve essere stato un pazzo!»

«Gia’, come d’altronde lo sono tutti quelli che gli danno retta. Credono che i giovani si bevano tutto cio’ che viene loro propinato. Assurdo!»

I due non comprendevano come, ogniqualvolta parlassero, arrivavano prima o poi a discutere dell’argomento. Era come se fosse stata loro inculcata dentro, una sorta di chiodo fisso. L’ultima volta era successo quando Mark era stato lasciato dalla sua ragazza: un’italiana, emigrata negli States per ragioni di lavoro di suo padre, che non aveva perso l’occasione di arricchire il suo bagaglio culturale iscrivendosi al college, al caratteristico “Saint Louise High School”. Qui i due si erano conosciuti e avevano approfondito il loro rapporto a poco a poco, fino a farlo sfociare in un grande amore, o almeno cosi’ lo definiva Mark. Ma quando tutto sembrava andare per il meglio, Chiara (o My Little Sweet Light, come la chiamava lui) spari’, e solo alcuni giorni piu’ tardi arrivo’ una lettera che notificava il ritorno al suo paese natale. Questo fatto aveva inciso molto sulla serenita’ di lui, che aveva incassato il colpo malamente: lo sguardo, da vispo e accattivante, era diventato serio e alle volte addirittura spento. Poi, grazie alla musica, era riuscito a riemergere da quel brutto momento; aveva persino composto una canzone in onore della sua ormai ex fiamma e gliel’aveva spedita; non aveva mai ricevuto risposta.

Blog su WordPress.com.