Bolidi – Il primo romanzo su blog

Agosto 23, 2008

Archiviato in: Bolidi, Secondo capitolo — bolidi @ 11:58 am

II

 

Chiara si era svegliata di buon mattino, aveva rassettato il letto e poi era scesa a fare colazione. Chiese un cappuccino con brioches e si sedette al tavolo. Il cameriere arrivo’ poco piu’ tardi, con un biglietto vicino alla tazza, sul piattino. Lo lesse: suo padre sarebbe rientrato solo il giorno successivo dalla Germania. Aveva ancora due giorni di “liberta’ ” e desiderava goderseli appieno. Da quando i suoi si erano separati, odiava sua madre e conviveva abbastanza con suo padre. Aveva solo quindici anni, ma era una ragazza decisamente matura. Si lecco’ i baffi, lascio’ due dollari e venticinque sul tavolino e risali’ in stanza. Entro’ in bagno, si risciacquo’ la faccia e si osservo’ allo specchio. I suoi capelli quella mattina erano piu’ dritti del solito. Da piccola aveva avuto boccoli biondi, ora parevano spaghetti. Tutto sommato pero’ non stonavano molto col suo viso, con gli occhi nero perla ed il mento tagliente, la bocca sottile, il naso all’insu’. Era decisamente una bella ragazza. In molti l’avevano spesso paragonata alla cantante dei Sixpence None The Richer, ma lei non dava importanza a queste dicerie. Pensava di essere piu’ carina. Gia’. Bella e modesta eh? Rise. Scioccamente, compiacendosi di se’. Se ne accorse e torno’ nella sua serieta’ di routine. Aveva molti contendenti, e forse per questo si era montata un poco la testa. Comunque aveva avuto una sola storia e, a differenza di molte sue coetanee, era ancora vergine. Era una ragazza allegra, spigliata, sincera, mai volgare. Una persona decisamente piacevole. Si vesti’. Ando’ nell’anticamera e accese la radio.

 

* * *

 

Mark si era svegliato presto. Senza far colazione, aveva indossato un paio di pantaloncini e una maglietta, occhiali da sole ed era uscito. Aveva slegato la bicicletta ed era partito. Erano le 7:23. Aveva bisogno di distrarsi. Saluto’ il custode del villaggio e imbocco’ la strada verso Black Lake. Doveva percorrere circa mille – milleduecento metri di dislivello. Aveva lasciato un biglietto in cui spiegava che sarebbe rientrato verso sera. Spero’ che sua madre non si sarebbe irritata quando avesse letto il foglio. Anche perche’ non si era portato il cellulare.

La salita aveva una buona pendenza; dopo due ore Mark stava gia’ arrancando. Decise quindi di fermarsi al bar “Eat ‘N Out”, una specie di fast food. Prese qualcosa di dolce ed usci’. L’aria frizzante del mattino faceva rabbrividire e increspare ogni singolo poro della pelle sotto la maglietta attillata. Il sudore si stava condensando. Bevve abbondantemente e riparti’.

 

* * *

 

Michael non aveva chiuso occhio in tutta la notte. Ripensava e riviveva continuamente cio’ che gli era accaduto la sera. La lite, Serena, suo padre…

Improvvisamente un’idea gli baleno’ in mente: si ricordo’ di Mark, si alzo’, afferro’ il telefono. Compose un numero, attese il primo squillo, poi riattacco’. Aveva bisogno di Serena, ma aveva guardato l’orologio: era meglio non disturbarla. Avrebbe allora cominciato ad organizzare la seconda parte del suo piano.

 

* * *

Ottobre 29, 2007

Archiviato in: Bolidi, Primo capitolo — bolidi @ 12:06 pm

«Me li ha prestati Michael in piscina per giocare a beach volley. Sai…c’era un sole pazzesco. E’ molto gentile».

«Se non sbaglio e’ quel ragazzo di colore…quello mi puzza. Cerca di frequentarlo il meno possibile per favore».

«Va bene pa’». Era meglio dargli corda, purche’ se ne andasse a letto e non scoprisse altro.

«Grazie tesoro mio; ora basta polemiche e andiamo a dormire. Sogni d’oro».

«Notte». Chiuse la porta. Sbuffo’. Inspiro’ ed espiro’, piu’ lentamente possibile. Poi si lascio’ cadere supina sul letto. L’aveva scampata. Miracolosamente. Suo padre stava invecchiando, penso’. E si addormento’. Si sveglio’ improvvisamente, di soprassalto. Si era ricordata solo ora del lenzuolo che Michael le aveva portato quando era sdraiata sul divano e del ghiaccio che aveva lasciato sopra un cuscino. Si alzo’ svogliatamente e rimise ogni cosa al proprio posto. Si ricordo’ anche di non aver chiuso la porta del bungalow. Poi torno’ a dormire, finalmente certa di aver cancellato tutte le tracce della sua avventura.

 

Quando rientro’, Michael oltrepasso’ di soppiatto la porta del camper e si assetto’ nel suo giacilio. Che nottata ragazzi. Quante emozioni. Era soddisfatto di se stesso.

Poi qualcosa lo folgoro’. Oddio! Il problema di Mark…! Doveva assolutamente trovare una soluzione. Ma ora era passato in secondo piano. Riusciva a pensare solo a rivedere Serena. Alla sua pelle, cosi’ morbida. Si rese conto di essersi innamorato. Che assurdita’, lui innamorato. Ma era vero.

Ottobre 15, 2007

Archiviato in: Bolidi, Primo capitolo — bolidi @ 10:41 am

«Serena apri, abbiamo bisogno del ventilatore, si muore di caldo».

Era suo padre. Raggelata e nervosa piu’ che mai, doveva pensare in fretta ad una scusa. Si finse addormentata ed indico’ a Michael l’armadio.

«Ssi’…cosa c’e’…pa’? », disse in tono contrariato.

«Perche’ hai chiuso? »

«Chiuso? »

«Si’, la porta. Forse mi stai nascondendo qualcosa? »

«Tombola», penso’ Serena. Michael intanto, constatata l’impossibilita’ di nascondersi nell’armadio stracolmo di vestiti, aveva optato per una fuga tempestiva calandosi dalla finestra. Aveva gia’ un piede nel vuoto.

«No! », urlo’ Serena.

«No cosa? » disse il padre.

«No…non ti nascondo niente… »

Michael nel frattempo l’aveva rassicurata strizzandole l’occhio e, aggrappandosi con le mani al parapetto per diminuire il dislivello, si accingeva a saltare.

Serena si sporse, accenno’ un sorriso malinconico ed ando’ ad aprire la porta. Quando la chiave scatto’ nella toppa, Michael si lascio’ andare, per atterrare due metri piu’ in basso, sull’erba gia’ umida di rugiada. Si riassesto’ un attimo e si diresse verso casa, fischiettendo come se niente fosse. Ma era preoccupato: aveva lasciato nella camera di Serena la maglietta ed il suo inseparabile cappellino. E per di piu’ non poteva far niente per aiutarla nell’impiccio col padre.

«Entra pa’…e prendi in fretta il ventilatore che ho sonno… »

«Perche’ hai la finestra aperta? », chiese il signor Gristar.

«Per non accendere quella macchina infernale», ribatte’ prontamente la figlia.

«Cosa ci fanno una maglietta e un cappellino degli Yankees sul tuo letto? », domando’ con tono accusatorio.

Ottobre 2, 2007

Archiviato in: Bolidi, Primo capitolo — bolidi @ 10:05 am

A guardarla cosi’ era ancora piu’ bella. Immobile, stesa sul divano, con il solo costume addosso, i capelli sciolti, la testa reclinata per tenere il ghiaccio, le palpebre socchiuse, le gambe accavallate…forse si stava addormentando. Michael ando’ nella stanza accanto, cercando di non disturbare il sonno dei signori Gristar, e prese un lenzuolo. Stava avvolgendola delicatamente quando le mani di lei gli presero dolcemente il viso e lo unirono al suo. Era la seconda volta quella sera. Ma ora era diverso. Dopo un momento di panico iniziale, ora anche lui partecipava attivamente e le si era a poco a poco sdraiato accanto, senza mai staccarsi da lei. Poi le loro lingue si incontrarono ed entrambi ebbero un sussulto per quel gesto cosi’ intimo, per poi fremere di gioia.

Finalmente si staccarono. I volti arrossati per lo sforzo e per la passione ora ardevano per il desiderio. Rimasero per un attimo ad osservarsi, poi si alzarono e dopo un cenno di assenso si diressero in camera. Dapprima Serena socchiuse piano piano la porta, poi abbasso’ la maniglia e fece girare la chiave nella serratura fino a quando scatto’. Ora erano soli. Che bella sensazione! Il mondo la’ fuori, frenetico e caotico, loro dentro quella stanza che li isolava e li rendeva cosi’ liberi. Michael si tolse la maglietta e il cappellino degli Yankees che teneva perennemente in testa al contrario e si adagio’ sul materasso coi soli boxer indosso. Era cosi’ eccitato che avrebbe voluto gridare e tirare pugni al muro. Ma non fece nulla. Rimase in attesa di una mossa della sua compagna.

Lei gli sorrise e si rilasso’, sdraiandosi accanto a lui sul letto. Erano molto vicini e toccandosi si eccitavano. Dapprima lei gli sfioro’ delicatamente le labbra, poi piu’ intensamente, fin quasi a mordergliele, e si adagio’ sopra di lui.

Michael sentendo i seni di lei schiacciati sul suo petto nudo fremeva. Comincio’ ad accarezzarle la schiena, con un movimento continuo e delicato, scendendo via via verso il sedere. Li’ le sue mani strinsero impulsivamente, per poi adagiarsi ancora piu’ in basso, tra le gambe leggermente divaricate. Poi entrambi sussultarono e ci fu un silenzio sepolcrale nella stanza. Qualcuno aveva tentato di abbassare la maniglia della stanza e, dato che non era stato possibile entrare, aveva dato due colpi sordi sul legno.

Settembre 12, 2007

Archiviato in: Bolidi, Primo capitolo — bolidi @ 2:54 pm

«Tu sei falsa», taglio’ corto Rob «e non mantieni la parola data»

«Non ti accorgi che stai dicendo solo stronzate? O sei talmente stupido che… »

Serena non riusci’ neanche a terminare la frase, che il ragazzo si avvicino’ e le tiro’ un malrovescio «Troia! » che la fece cadere per terra.

«Serena..! », urlo’ atterrito Michael, mentre sopraggiungeva e la aiutava ad alzarsi. Quando i loro occhi si incontrarono per un attimo, senti un tuffo al cuore.

«Tu, porco bastardo, sfiorale ancora un solo capello e io… »

«E tu cosa, sporco negro… »

«Ti ammazzo! Hai capito? »

«E dai, perche’ non ci provi? Eh? Te la stai facendo sotto? Ho sentito dire che i negri non hanno le palle… »

Era troppo. In un attimo, senza riflettere, Michael gli fu addosso. Gli rifilo’ un malrovescio violentissimo in pieno volto e una ginocchiata allo sterno. Rob incredulo urlo’ e si raggomitolo’ per terra dal dolore. Un rivolo di sangue gli usciva dalla parte destra della bocca, un canino aveva perforato il labbro inferiore. Il sapore dolce del sangue gli ricordo’ quando a tre anni suo padre lo aveva schiaffeggiato rabbiosamente, dopo una sua interminabile scenata isterica. Era impensabile che qualcuno lo trattasse cosi’ una seconda volta.

«Ragazzi addosso, fatelo fuori», disse ai suoi, con quel tanto di voce che riusci’ a tirar fuori.

«Beh che succede?!? »

«Dio sia lodato» penso’ Serena, mentre Rob e la sua banda aveano gia’ scavalcato la siepe ed erano scomparsi nell’oscurita’.

Poi la madre di Mark si avvicino’ a loro e chiese: «Michael, cos’e’ successo? »

«Quei ragazzi volevano violentarla» e indico’ la ragazza.

«Bastardi! Meritano una lezione»

«E’ quello che ho pensato io! Per questo… »

«Per questo che mi ha difesa coraggiosamente» continuo’ Serena, «passava di qua e fortunatamente ha sentito le mie urla; giunto sul posto si e’ reso subito conto di cio’ che stava accadendo e… »

«Ok ok, ho capito», la interruppe la donna, «vuoi mettere un po’ di ghiaccio sulla botta? »

Serena rammento’ la manata e un fastidioso formicolio alla mandibola destra, che le prendeva anche la tempia. Ma fece finta di nulla. «No grazie, non serve, e poi sto andando a casa».

«Guarda se vuoi… »

«La ringraziamo signora Stuart, ma non si disturbi, davvero; adesso la accompagno io al bongalow». Serena si senti’ sollevata alle parole del ragazzo.

«Va bene, come preferite. Allora buona notte…e attenti, perche’ magari la prossima volta non saro’ in giro a camminare alle 3 di notte… »

«Grazie di cuore, davvero», rispose Michael. «E buona notte»

Settembre 3, 2007

Archiviato in: Bolidi, Primo capitolo — bolidi @ 2:43 pm

«Non ti piaccio?? » gli domando’ senza alcuna remora.

«Be, non e’ questo», menti’ sfacciatamente. «Il mio cuore e’ gia’ impegnato, capisci? ».

Non era vero, ma poteva avere un’ambigua interpretazione. La ragazza non oso’ oltre e girandosi sfacciatamente lo congedo’.

«Brrrr….me la sono vista brutta», penso’, aprendo con decisione la porta del caravan. Immediatamente l’odore delle cozze invase le sue narici e lo penetro’ fino ai bassifondi dei polmoni. Sua madre adorava cucinare il pesce: questo poteva spiegare il consueto “puzzo”, non l’impensabile e a dir poco incredibile disordine che regnava nella cucina-salotto. Senza badarci, evitando di calpestare qualcosa e, laddove non era possible, scansando cianfrusaglie, raggiunse la scaletta che portava al piano di sopra. Si butto’ sulla cenciosa brandina e socchiuse gli occhi. Stette qualche minuto immobile, ascoltando i rumori nei quali era immersa la roulotte. In lontananza il rimbombo ovattato della discoteca del camping, che sarebbe andata avanti fin quasi al mattino, piu’ vicino il miagolio insistente di un gatto; dapprima lamentoso, poi quasi isterico. Michael si alzo’ e ridiscese in cucina. Spalanco’ la porta del frigo e constato’ con disappunto che era tristemente vuoto. Aveva sete. Usci’. Vide il gatto arrapato, che lo fissava con occhi stralunati. Afferro’ un sasso da terra, prese la mira, ritrasse il braccio per scagliare…ma il gatto era scomparso. Allora fece finta di palleggiare col sasso. «Michael Jordan…ultimi secondi…forse perde qualche istante di troppo a centrocampo…attenzione si gira…il tiro della speranz….CANESTRO!!! Incredibile rimonta all’ultimo secondo, allucinante amici telesp… »

«Allora cos’e’ sto casino?!?! »

Michael trasali’ nel vedere il vecchio vicino di roulotte affacciarsi al finestrino. Senza pensarci due volte si affretto’ a raggiungere la fontana, senza voltarsi.

Mentre l’acqua fresca gli riempiva la bocca e si passava la lingua sulle labbra secche, spero’ che l’indomani “zio” Bessie si sarebbe dimenticato dell’accaduto. A volte l’alzheimer serve. Poi qualcosa richiamo’ la sua attenzione.

Agosto 30, 2007

Archiviato in: Bolidi, Primo capitolo — bolidi @ 12:28 pm

Certo che la luna e’ veramente strana stasera, penso’, mentre passava tra i vialetti con aria assonnata. Gia’ si ritraeva sul letto sciallato quando qualcosa lo obbligo’ dapprima a rallentare e poi a fermarsi. In fondo al selciato era comparsa una figura, nella quale riconobbe, nonostante la semioscurita’, Catherine. L’aveva conosciuta si’ e no due giorni fa, non se lo ricordava bene, data la poca importanza che le attribuiva, ma lei si era subito invaghita di lui. Com’e’ strano il mondo…Mark ha il cruccio per aver perso la compagna, io che non ne sento il bisogno mi ritrovo una mosca a gironzolarmi attorno. Purtroppo non aveva ne’ il tempo ne’ la voglia di scappare ed evitare quell’indesiderato incontro; decise cosi’ di affrontarla, anche perche’ stava male al solo pensiero di averla sempre “in mezzo ai piedi”. Pertanto si avvicino’ un poco, quel tanto da permettergli di fissarla attentamente negli occhi.

Be’ a guardarla bene non era poi cosi’ sgradevole. Aveva i “soliti” capelli corti a caschetto, taglio da maschiaccio un po’ superato, sormontati da un’inseparabile coppola, il viso pulito e delicato, interrotto qua e la’ da alcune lentiggini. Gli occhi erano di uno strano color ceruleo e sembravano accoppiarsi perfettamente con l’analogo colore dei capelli. Aveva come sempre il sorriso stampato sulla bocca, che si estendeva fin quasi alla parte inferiore del mento. Questo era molto pronunciato; e lei lo sapeva bene, difatti passava continuamente un forte rossetto sulle labbra carnose. Michael si concentro’ su quelle grandi labbra e si sorprese eccitato, attratto inspiegabilmente in un gioco erotico e sensuale da quelle labbra leggermente umide.

Appena lo vide spalanco’ la bocca in segno di stupore, quasi per far credere di non averlo notato. E ci era quasi riuscita. Michael aveva, in quell’attimo, pensato di nascondersi dietro un albero, ma era stato solo un pensiero portato dalla leggera brezza di mare…

Ora stavano li’, uno di fronte all’altro, a scrutarsi e a mangiarsi con gli occhi, ognuno per una ragione diversa. Non volendo prolungare eccessivamente quel momento, il ragazzo prese l’iniziativa, saluto’ garbatamente e accenno’ un lieve sorriso. Catherine allora, vincendo l’iniziale timidezza (come se una ragazza della sua specie ne fosse capace…) ricambio’ e gli chiese dove fosse diretto a quell’ora.

«Vado a casa, sono veramente stanco». Era vero, percio’ mentre pronunciava quelle parole cerco’ di assumere un’espressione che fosse piu’ onesta e ingenua possibile. Ma evidentemente non vi riusci’. Anzi, peggio. Credendo volesse prenderla in giro, giocando sull’ironia, arrossi’ e gli butto’ le braccia al collo. Michael rimase a dir poco imbarazzato. Cerco’ di chiarire il disguido e delicatamente provo’ a liberarsi dall’abbraccio di lei. Ma quella, forse spinta da maggiore frenesia, in un atto che lui giudico’ di pura follia, chiuse gli occhi e allungo le labbra carnose, congiungendole con le sue. Michael allibito reagi’ e la respinse con ribrezzo.

Agosto 27, 2007

Archiviato in: Bolidi, Primo capitolo — bolidi @ 10:55 am

Mark considerava la vita come un qualcosa di irrazionale: non poteva concepire quelle frasi o canzoni del tipo “Io penso positivo”, “Evviva la vita”; credeva infatti che ci fosse stato, all’inizio di tutto, una sorta di intervento divino, ma che ogni cosa successivamente fosse influenzata e regolata dal caso. Essendo il caso imprevedibile, e quindi indefinibile, esso puo’ essere considerato irrazionale; lui lo indicava col nome di “caos”. Per questo era cosi’ pessimista nei confronti della sua breve seppur intensa esistenza. Non era superstizioso, ma era molto diffidente e poco suscettibile: l’unica persona di cui si fidava ciecamente era il suo migliore amico. A dir la verita’ ce n’era stata un’altra, ma era volata via, e questo non aveva fatto altro che contribuire a rafforzare il suo “teorema”.
Mentre camminava sentiva il vento fischiargli nelle orecchie e accarezzargli dolcemente i capelli; nell’accorgersi di cio’, non pote’ che dispiacersi, visto che solo pochi mesi prima era una persona a lui molto cara a compiere quel gesto. Non riusciva a togliersi dalla testa il pensiero di lei. Qualche brivido gli corse su per il collo, mentre si dirigevano verso la spiaggia, sia per la serata frizzantina sia per uno strano senso di imbarazzamento. Il cancello era chiuso, ma si poteva facilmente scavalcare: i due ragazzi si fissarono negli occhi (con una certa difficolta’, dovuta all’oscurita’), un cenno di assenso ed erano gia’ dall’altra parte.
Il “Great Land Of Entertainment” era, come veniva definito, il non plus ultra dei villaggi in Florida. I due amici si erano diretti li’ perche’ un loro “conoscente” (non e’ possibile chiamarlo amico) aveva riferito loro che quella sera «ci sarebbero stati una cifra di videogames che costavano un pacco, ma da sballo».
«Michael», intercalo’ Mark «hai portato i ferri? »
«Risposta scontata! Mi sta bene il tuo senso di responsabilita’, ma cosi’ e’ un po’ esagerato »
«Ma si’, sta calmo, era una domanda retorica».
I ferri del mestiere consistevano in alcune chiavi “universali” che Michael aveva sottratto a suo nonno quando ancora faceva il guardiano in un albergo; riuscivano ad aprire i vani sotto la console di gioco contenenti i gettoni. Loro non lo definivano illegale, visti i prezzi; sostenevano infatti che con il loro operato salvavano l’anima del gestore.
Giunsero al tendono che erano gia’ quasi le dieci. Dopo numerose sfide, i ragazzi non erano ancora del tutto soddisfatti. I generi dei giochi non erano infatti tra quelli che piu’ li aggradavano: un videogioco del tipo “prendi l’arma, carica, corri e uccidi” non aveva senso. I Videogames con la “v” maiuscola erano, a loro modo di pensare, solo quelli che ti facevano riflettere e ragionare: per sostenere questo avevano anche aperto un canale di IRC su internet, chiamato #realtruth, dove chattavano con ragazzi dalle loro stesse opinioni (pochi a dir la verita’, considerando che un numero considerevole di loro coetanei neppure comprendeva l’ossimoro).
Mentre sorseggiava lentamente la bibita, alla quale attingeva tramite la colorata cannuccia, gli pareva di intravedere, attraverso i curiosi riflessi del ghiaccio semisciolto in combinazione con i faretti del bar, le curve della sua ex tipa. Ed ecco che una conca sinuosa si trasformava magicamente nel seno, non molto prosperoso a dir la verita’, di Chiara, mentre attraverso un cubetto ben arrotondato e livellato gli pareva di rivedere il fondoschiena sodo di lei; ah, quanti ricordi…
Accortosi dello stato di semi catalessi in cui il suo compagno era caduto, Michael decise che era ora di rincasare. A volte credeva di essere la bambinaia di un fantoccio. E non gli piaceva. Voleva e doveva trovare qualcosa per distrarlo, almeno fino alla fine dell’estate. Decise che ci avrebbe pensato su quella stessa notte. Lascio’ Mark sulla porta del bungalow e si incammino’ per raggiungere la piazzola della sua roulotte.

Agosto 20, 2007

Bolidi

Archiviato in: Bolidi, Primo capitolo — bolidi @ 8:57 am

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Era una fresca e tarda sera di mezz’estate. Un cielo innaturale, non del tutto buio, ed una luna a tre quarti che appariva e scompariva nervosamente tra banchi di nubi in corsa erano di scena quel giorno. Sembravano appena usciti da un film di Dario Argento e suscitavano a dir poco angoscia. Mark Stuart, un qualsiasi diciott’enne americano di una qualsiasi cittadina periferica, nella circostanza Greentown, camminava apparentemente spensierato in compagnia di colui che considerava il suo amico piu’ caro: un ragazzo di colore, Michael Grewn, molto alto e slanciato. Si definivano inseparabili, e cio’ era probabilmente dovuto ai molti interessi comuni: il basket, il computer, la velocita’…ma soprattutto la musica, alla quale dedicavano da sempre gran parte della giornata, strimpellando qualche loro canzone; era attraverso la musica che potevano esprimere i loro ideali ed i loro pensieri. Da poco avevano fondato anche un piccolo complesso, la cui sede aveva luogo nello scantinato di Michael.

Stavano camminando per cercare di estraniarsi da tutto cio’ che li circondava: si trovavano infatti in un campeggio in Florida, in compagnia (purtroppo) delle rispettive famiglie. Ritenevano l’animazione del camping a dir poco demenziale e tutti gli intrattenimenti e le festicciole troppo mondani per loro.

«Chi ha definito i ragazzi d’oggi superficiali ed incoscienti deve essere stato un pazzo!»

«Gia’, come d’altronde lo sono tutti quelli che gli danno retta. Credono che i giovani si bevano tutto cio’ che viene loro propinato. Assurdo!»

I due non comprendevano come, ogniqualvolta parlassero, arrivavano prima o poi a discutere dell’argomento. Era come se fosse stata loro inculcata dentro, una sorta di chiodo fisso. L’ultima volta era successo quando Mark era stato lasciato dalla sua ragazza: un’italiana, emigrata negli States per ragioni di lavoro di suo padre, che non aveva perso l’occasione di arricchire il suo bagaglio culturale iscrivendosi al college, al caratteristico “Saint Louise High School”. Qui i due si erano conosciuti e avevano approfondito il loro rapporto a poco a poco, fino a farlo sfociare in un grande amore, o almeno cosi’ lo definiva Mark. Ma quando tutto sembrava andare per il meglio, Chiara (o My Little Sweet Light, come la chiamava lui) spari’, e solo alcuni giorni piu’ tardi arrivo’ una lettera che notificava il ritorno al suo paese natale. Questo fatto aveva inciso molto sulla serenita’ di lui, che aveva incassato il colpo malamente: lo sguardo, da vispo e accattivante, era diventato serio e alle volte addirittura spento. Poi, grazie alla musica, era riuscito a riemergere da quel brutto momento; aveva persino composto una canzone in onore della sua ormai ex fiamma e gliel’aveva spedita; non aveva mai ricevuto risposta.

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